
L'hanno enfaticamente chiamata
Snowarmageddon,
Snowpocalypse,
Tempesta Perfetta, ma in effetti i tempi di ritorno della violenta nevicata che ha colpito parte della costa orientale degli USA orientali negli stati della Virginia, Pennsylvania, Washington D.C. Maryland, Delaware e New Jersey, sono piuttosto lunghi, (nell'ordine di almeno alcuni decenni), visto il ragguardevole spessore di manto nevoso accumulato in aree normalmente meno interessate dai
Blizzard, più tipici, ad esempio, delle zone più settentrionali come New York, Chicago, Boston, per non citare la zona dei Great Lakes.
Se su Washington, Baltimora, Philadelfia sono caduti dai 50 ai 70 cm di neve lo si deve ad una energica depressione atlantica che ha richiamato sul suo fianco settentrionale masse d'aria gelide continentali dal Canada, mescolandole alla "moisture" oceanica, e realizzando gli ingredienti per la più grande nevicata da molti decenni su località comunque poste alla latitudine dell'estremo Sud italiano.
Potremmo realizzare un estemporaneo parallelismo tra la frequenza dei grandi episodi nevosi su queste città della media costa atlantica statunitense, e quella che si verifica a Torino, visto che il proverbiale mezzo metro (o più) di neve non interessa la città subalpina dall'oramai lontano 1987 (peraltro gli anni '80 furono ricchi di episodi nevosi assai importanti ed anche il gennaio 1986 vide accumuli dello stesso ordine di grandezza).
Abbiamo già citato, in precedenti articoli le cause della bassa incidenza di eventi nevosi particolarmente importanti su Torino e pianura circostante. In sintesi possiamo ascriverle ad una problematica realizzazione nella contemporaneità tra i due fattori fondamentali per questo tipo di episodi di maltempo: precipitazioni abbondanti in presenza di un profilo termico utile (sufficientemente freddo) alla caduta dei fiocchi fino al suolo. A differenza delle aree pianeggianti del Piemonte orientale e meridionale, i flussi perturbati che più frequentemente interessano il Nord Italia (ossia a componente in quota intorno Sud-Ovest) non producono precipitazioni molto abbondanti su questo angolo di Piemonte; questo è naturalmente dovuto all'effetto protettivo che la cerchia alpina occidentale realizza sulle zone immediatamente sottovento ai flussi umidi e perturbati principali. Le Alpi Marittime e Cozie gettano, quindi, un'ombra precipitativa proprio sulla pianura torinese centro-occidentale e le nevicate risultanti sono di intensità spesso debole o, al più moderata.
Anche il transito di minimi al suolo alle latitudini centrali mediterranee non favoriscono dal punto di visto nevoso la pianura torinese e pedemontana più in generale, visto il richiamo di venti settentrionali nei bassi strati, che vanno a confinare sul Basso Piemonte l'area principale delle precipitazioni.
D'altro canto, in presenza di energici richiami sciroccali a tutti i piani isobarici, con le conseguenti abbondanti precipitazioni sul torinese e sul Piemonte occidentale, le basse quote sono spesso troppo miti per avere la caduta della precipitazione solida al suolo, visto che la natura della massa d'aria limita del tutto o in parte questa eventualità (episodi del dicembre 2008 e del febbraio 1972, con nevicate epocali sulle Alpi, ma pioggia in pianura).
A Torino la media nivometrica annuale risente inevitabilmente di questo fattore orografico inibente, e deriva dalla sommatoria di eventi in massima parte deboli e moderati. Località di pianura poste più lontano dalle Alpi occidentali hanno una maggiore frequenza di eventi nevosi "perfetti". La stessa città di Milano, pur con la sua isola di calore metropolitana, ha vissuto negli ultimi 2 anni alcuni episodi nevosi maggiori, con accumuli di 50-55 cm e 40 cm, rispettivamente nel gennaio 2008 e gennaio 2009. (per non citare l'evento record di 80 cm nel gennaio 1985)
La singolarità di questi eventi sul torinese è quindi rappresentata da quelle rare congiunture meteo in cui l'intenso scorrimento sciroccale trova un tenacissimo e preesistente strato di aria gelida affluito nei giorni precedenti all'arrivo della fase perturbata, cosicchè i pacchetti umidi che vengono continuamente sbarrati contro il pendio alpino occidentale dalle correnti sud-orientali, trovano condizioni termiche sufficienti a produrre neve abbondante anche per più giorni, salvo un epilogo in cui la pioggia si sostituisce alla neve verso fine evento (ma con accumulo nevoso al suolo oramai importante).
Gli incalliti nivofili torinesi, in ogni caso, non demordono, e sono sempre in attesa della tanto agognata Perfect Storm sabauda...
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